Gay & Bisex
IL VICINO BOLOGNESE IN GIOVENTU'...
20.09.2025 |
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"Non riuscì a resistere: si infilò la mano sotto le lenzuola e cominciò a toccarsi, piano, come se fosse lui a farlo..."
L’aula di oggi ribolliva di voci e di corpi giovani. Ragazzi seduti in ogni angolo, qualcuno persino per terra, zaini sparsi ovunque. Giò si muoveva dietro la cattedra, sistemandosi gli occhiali e fingendo di ordinare i fogli, ma in realtà era distratto. Ogni inizio di semestre era così: un colpo al cuore. Non solo per la responsabilità di insegnare, ma per quell’esercito di corpi freschi, acerbi e già inquieti.Gli sguardi che lanciava erano rapidi, quasi furtivi: un ragazzo con le braccia nude e i muscoli tesi sotto la luce del neon, un altro con i jeans stretti che lasciavano intravedere un’erezione mal contenuta, forse nata dall’imbarazzo, forse da qualcos’altro. E ogni volta che i suoi occhi si soffermavano, un nodo gli serrava lo stomaco. Non era solo desiderio – era memoria.
Ogni settembre lo riportava indietro, a quell’anno in cui anche lui aveva attraversato per la prima volta il portone di un’aula universitaria. Allora non sapeva niente, non immaginava niente. Eppure lo aspettava già tutto: la città, la solitudine, l’amore sporco e violento che lo avrebbe cambiato per sempre.
Chiuse gli occhi un istante. E il presente scomparve.
Bologna, 1998
Il treno regionale era arrivato in ritardo, come sempre. Giò scese con la sua valigia blu, un oggetto rigido, antiquato, comprato al mercato di paese. L’odore di ferro, di sudore e di gasolio della stazione lo investì come un pugno. Davanti a lui Bologna non era ancora la città dei sogni: era un mostro che lo inghiottiva.
Camminò lungo via Indipendenza con il cuore che batteva a mille. I portici, enormi, sembravano fatti per schiacciarlo, eppure lo proteggevano. La sua nuova casa era in via Mascarella, un palazzo vecchio con il portone che cigolava. Le scale odoravano di fumo stantio e caffè. Ogni passo era un salto nel buio.
La porta dell’appartamento si aprì con fatica. Dentro, tre stanze spoglie, un tavolo di formica, un letto che cigolava. Si sedette un attimo sul materasso nudo e respirò. Era solo.
E fu allora che lo vide.
Scendendo per comprare qualcosa al supermercato, passò per l’androne buio. Lì, seduto su un gradino, c’era lui: jeans consumati, camicia sbottonata, una sigaretta che pendeva tra le labbra. Non aveva l’aria di un ragazzo: era un uomo, più grande di lui di cinque anni, con lo sguardo di chi sapeva già tutto del mondo.
«Appena arrivato?» disse, soffiando il fumo di lato.
La voce era roca, lenta, un po’ impastata di tabacco.
Giò annuì. Non riuscì a dire nulla, come se le parole gli fossero rimaste incastrate in gola. Sentiva solo il cuore picchiare forte e gli occhi che non potevano staccarsi da quel petto parzialmente scoperto, dalla pelle bruna che brillava sotto la luce fioca.
«Terzo piano?»
«Sì…»
«Anch’io. Porta accanto alla tua.»
Un mezzo sorriso. E poi il silenzio, interrotto solo dal crepitio della sigaretta.
Giò salì le scale con la testa che gli girava. Quella notte non riuscì a dormire. Nella stanza spoglia, ascoltava i rumori che venivano dal piano accanto: passi pesanti, una risata roca, l’acqua della doccia. Si immaginò l’uomo nudo, la pelle bagnata, le mani che scorrevano lente sul cazzo. La fantasia gli fece esplodere il sangue nelle vene. Non riuscì a resistere: si infilò la mano sotto le lenzuola e cominciò a toccarsi, piano, come se fosse lui a farlo. Il respiro gli si spezzava, le cosce tese, la vergogna e l’eccitazione mescolate in un unico nodo dolcissimo e feroce. Venne così, mordendosi il labbro per non farsi sentire.
I giorni seguenti...
Lo incontrava spesso. All’inizio solo un saluto sulle scale, una sigaretta condivisa davanti al portone, uno sguardo che durava troppo. Ma ogni volta era come un colpo: l’odore di tabacco e dopobarba, il modo in cui teneva le mani in tasca con naturalezza, la voce bassa che sembrava un invito.
Una sera bussò alla porta. Giò, con la camicia slacciata e i libri sparsi sul letto, corse ad aprire.
L’uomo aveva in mano una moka fumante. «Ho fatto troppo caffè. Ti va?»
Entrò senza aspettare risposta. Si sedette sul letto, gambe divaricate, lasciando che la camicia si aprisse ancora di più sul petto. Gli porse il bicchiere con un mezzo sorriso. Parlava poco, ma ogni suo movimento era calcolato: il ginocchio che sfiorava il suo, il bicchiere lasciato apposta troppo vicino alla mano di Giò.
«Filosofia, vero?» disse.
«Sì… primo anno.»
«Io ho finito da un pezzo. Adesso lavoro in città. Non male come inizio, eh?»
Lo guardava fisso. Giò abbassò gli occhi, sentendosi scoperto, nudo.
L’aria era densa, quasi irrespirabile. Il cuore di Giò batteva come impazzito. Sentiva che bastava un gesto, uno solo, per crollare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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